BOSCO

 

 

 

Storia


 

Il paese - Bosco è un piccolissimo paese del Cilento. Con le sue case s’adagia dolcemente alle falde del monte di Bulgheria e  con la  chiesa di S. Nicola si sporge verso il mare. Il panorama è stupendo: in lontananza  le chiassose  marine del Golfo di Policastro, lungo il suo perimetro verdi colline, nei dintorni silenzio e tranquillità. Non c’è storia che si possa raccontare se non si percorrono i suoi vicoli, se non si conosce la sua gente. Bosco parla di sé attraverso le sue strade,  i suoi portali, i suoi archi, le sue scalinate, le sue maioliche. Reca  i segni di una storia  crudele e spietata che gli tolse tutto riducendolo in cenere.  Così come lo stesso nome lascia intendere Bosco, sin dai tempi remoti, godeva di un consistente patrimonio boschivo, rifugio perfetto per i perseguitati politici, per i profughi intimoriti dalle incursioni di barbari e pirati, per quegli abitanti di Policastro che, nei secoli X ed XI, in seguito alle scorrerie dei saraceni ed all’invasione di Roberto il Guiscardo, furono costretti a lasciare la loro terra. Bosco non è stato l’unico nome attribuito al villaggio. Esso fu chiamato Villa S. Pietro, quando nel secolo XVI Pio IV lo unì in commenda al Capitolo di S. Pietro Apostolo in Vaticano e  in seguito Borgo di S. Giovanni a Piro, quando quest’ultimo lo accolse morente dopo i violenti moti Cilentani.

 

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Angolo caratteristico

 


Le origini di Bosco - L’origine di Bosco è legata alla  Chiesa Parrocchiale di S. Nicola, un tempo Cenobio  italo-greco,  oggi ristrutturata in seguito ai due terremoti  del 1980 e 1982 che la resero inagibile. La presenza dei monaci italo-greci in Bosco e dintorni era motivata dall’immigrazione di gruppi etnici orientali della Grecia e della Macedonia (Epiro) che si erano stabiliti nell’Italia Meridionale in tempo di guerre e persecuzioni. Avendo trovato un ambiente simile ai loro paesi originari, cercarono di migliorare la produttività agricola di ampie distese di terra, fondandovi piccole case religiose. Eretto il Cenobio di S.Nicola, i monaci favoriti dalla chiesa, alla quale i Longobardi  avevano concesso queste terre fin dal 571, divennero Baroni del luogo con giurisdizione autonoma sia nel campo spirituale e religioso che in quello temporale. Con la loro opera attirarono  un gran numero di persone creando ben presto veri  centri culturali,  di assistenza materiale e spirituale.

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L'antico villaggio - Il territorio, costituito in prevalenza da rilievi montuosi e collinari, era adibito a colture varie. I terreni, suddivisi per parti erano utilizzati come orti, vigneti, uliveti, frutteti, castagneti e querceti.  Dall'esame di una Platea si rintraccia l'esistenza di "casalini", di pozzi sorgivi, di giardini. Si viene, inoltre, a conoscenza di alcune  terre assegnate a famiglie di modesti proprietari e braccianti, che rendevano annualmente all'Abbazia introiti in denaro o in natura. L'abitato era poi recinto da mura, con porte di uscita tra cui "Porta della Terra".  Il villaggio era ubicato più o meno nel sito attuale alle falde del monte di Bulgheria, dove si ritrovano ancora antichi ruderi. Un tempo era collegato con i paesi del circondario attraverso vie mulattiere, sentieri impervi e scoscesi. Oggi è ben servito da comode strade alcune di vecchia data, altre recenti. Il Comune di Bosco oggi fa parte, come frazione, del Comune di San Giovanni a Piro, a cui fu aggregato, per soppressione, dal Re di Napoli Francesco I di Borbone nei moti rivoluzionari del 1828.

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I moti del Cilento del 1828 - L'800 era iniziato all'insegna della  rivoluzione. Dopo quella francese seguirono, nel 1828, i moti rivoluzionari del Cilento.  Tornati di nuovo i Borboni  con Francesco I, re delle due Sicilie,  S.  Giovanni a Piro, così come gli altri centri vicini, visse giorni difficili: le esose tasse, la malagevolezza delle strade, la crisi del grano e altri problemi già presenti sul territorio, non fecero altro che acutizzarsi; per cui i cilentani, incoraggiati da alcuni fervidi patrioti di Celle Bulgheria, idearono una sommossa contro Francesco I.  Il 30 giugno 1828, al canto di inni patriottici, una nutrita schiera di rivoltosi cilentani si presentò alle porte di S. Giovanni a Piro . Al contrario di quanto era accaduto negli altri Comuni, il Sindaco ed il Parroco della cittadina si rifiutarono decisamente di partecipare alle funzioni in chiesa imposte dai rivoltosi, per cui questi, visto il rifiuto, saccheggiarono le  loro case. La sera stessa i rivoltosi arrivarono a Bosco dove la popolazione, al contrario di quanto accaduto a S. Giovanni a Piro, li accolse festosamente. Proseguirono il cammino verso Vallo della Lucania dove furono sorpresi dal nemico e dispersi sui monti. La  repressione  fu  violenta. Si susseguirono accuse, condanne, arresti e fucilazioni e il 7 luglio dello stesso anno un proclama annunziava la distruzione di Bosco.  

In data 28 luglio 1828 Francesco I emise il seguente Decreto: 

 Art.1° "Il Comune di Bosco nel Circondario di Camerota nel principato Citerione è soppresso. Il suo nome sarà cancellato dall'albo dei Comuni del regno. Il suo tenimento è aggregato a quello limitrofo di San Giovanni a Piro".

Art.2° "Gli abitanti di Bosco potranno fissare il loro domicilio in San Giovanni a Piro o dovunque loro piaccia, ma né essi né altri potranno ricostruire mai più le abitazioni che formavano l'aggregato di quel comune, né in quel sito ove esisteva, né in altro dell'antico suo tenimento".

La tragedia non poté però sradicare dal cuore dei cittadini l'amore per il paese natio perciò, nonostante le ferree decisioni e le violente reazioni del governo di Francesco I, i boschesi cercarono più volte di ricostruire l'abitato. Si dovette, però,  aspettare il 1832 quando, grazie alla benevolenza del nuovo  re Ferdinando II, ai pochi superstiti fu permesso di  ricostruire il paese e di ricomporre le famiglie. 

 

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Lo stemma Civico - Del glorioso Comune, popolato da oltre 1200 abitanti e più esteso dell'attuale paese, distrutto completamente dal fuoco borbonico, restano rari documenti manoscritti con il nome dei Sindaci e dei cancellieri del tempo. In essi appare chiaro e perfetto lo "Stemma Civico", raffigurante le "Chiavi di S. Pietro", pendenti sotto il Triregno Pontificato, con la scritta "Universitas terrae Bosci" (Università della terra di Bosco). Lo stesso disegno compare sullo stemma Abbaziale che reca la scritta "Capitulum et Canonici Principis apostolorum de urbe" (Capitolo e canonici del Principe degli Apostoli dell'Urbe). 

 

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 Josè Garcia Ortega - Il pittore spagnolo  Josè Garcia Ortega, allievo ed amico di Picasso, amava soggiornare a Bosco in alcuni periodi dell'anno.  Legato da affetto sincero a questa terra, ha voluto rievocare  l'episodio della rivolta su mattonelle di ceramica, murate sulla parete di fondo di una piazzola presso la fontana del Sambuco (1980). Su un  grande pannello, composto da 196 maioliche, dove viene, appunto, raffigurato  l'incendio borbonico, si legge"Historia dipinta di Bosco Capoluogo per tre volte incendiata e distrutta dai borbonici che invano  tentarono di distruggere con le case e le strade anche l'amore per la libertà 1828, perchè per tre volte Bosco risorse più fiera e più bella e nel verde di fronte al mare pronta a battersi per la libertà".

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L' incendio borbonico:
Josè Garcia Ortega

 


 L'Abbazia di San Nicola Vigile custode del paese, l'edificio sacro eleva la sua mole su una roccia. Si trova alla fine della via di S.Nicola, fra due piazzette, l'una, sempre esistita, delimitata dal muro della Congregazione, l'altra, creata per soppressione della navata destra e per la demolizione delle antichissime fabbriche  del palazzo Abbaziale, trasformata in un grandioso belvedere che guarda il golfo di Policastro. Il titolo di S. Nicola di Bari  fu attribuito all’Abbazia dagli stessi monaci fondatori, che erano  devoti del grande taumaturgo dell’Oriente, e non fu mai tolto o modificato. L’Abbazia di Bosco, eretta in stile semplice all’estremità orientale del paese, era collegata con altre quattro Badie confederate nei vicini casali della valle del Mingardo: S. Pietro di Licusati, S. Nazario di Cuccaro, S. Nicola di Centola e S. Cecilia di Eremiti. Altre Abbazie, pure a breve distanza, ma non confederate, erano: S. Cono di Camerata, S. Mercurio di Roccagloriosa e S. Giovanni Battista di S. Giovanni a Piro. 

 

 

Una traccia storica di quanto stiamo raccontando è stata ritrovata nella mappa delle Fortificazioni del Principato Citra di L. Santoro dove, in corrispondenza dell’Abbazia, è stato disegnato un  rettangolo merlato puntiforme, lo stesso disegno che vediamo in corrispondenza di via Comizi a Policastro, dove si dice esservi stato un vecchio convento. 

 

Con il passar del tempo, per mutate vicende storiche, tramontato il dominio dei Bizantini e sopraggiunto quello dei Normanni, si diffuse ovunque la spiritualità di S. Benedetto da Norcia. Questa riforma influì sulle nostre terre, tanto da permettere la ricostruzione dei vecchi eremi e la fondazione di nuovi.  I monaci Benedettini entrarono senza difficoltà a governare nei cenobi  e grazie alla somiglianza delle loro regole. Basiliani e benedettini ebbero una facile convivenza, si guadagnarono la stima dei Principi di Salerno e, come modelli di perfezione cristiana, ebbero fiducia e rispondenza da parte del popolo che vedeva in essi i maestri ideali. Il più antico ricordo visibile dell'Abbazia di Bosco è conservato in due cimeli in pietra: il Battistero del 1545, costruito in selce grigia, alto mt. 1,25 con circonferenza di mt. 2,40 e l'Aquasantiera del 1650. L'Acquasantiera, alta mt. 1,00, con circonferenza di mt. 1,27 e diametro di mt. 0,80, ha  la coppa decorata con bassorilievi raffiguranti un pesce acquatico e due ranocchi.

 

 

 
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La chiesa di San Rocco - La devozione del popolo di Bosco si  manifesta nell’edificazione, entro e fuori le mura dell’abitato, di numerose “chiesette votive”  realizzate tra il 1500 e il 1600 a spese dei fedeli. Dalle ricerche minuziose di rari documenti se ne contano 20, ben distinte in un abitato di piccola estensione che si attraversa con pochi passi. Queste cappelle erano officiate dai sacerdoti locali, che ne celebravano con gran decoro le feste.  Tra queste emerge  la cappella di San Rocco. E’ ubicata nella piazza omonima e non ha nessuna iscrizione che possa far conoscere la data di fondazione. Potrebbe essere stata eretta in tempo di peste, dopo il 1656, in quanto il culto di San Rocco era associato a quello di S. Rosalia alla quale, proprio in occasione della peste, a Lentiscosa, fu eretto  un tempio votivo.  Sappiamo che fu costruita per incarico del Comune e per circa trent’anni,  in attesa dei lavori di restauro alla chiesa di  San Nicola, è stata la chiesa madre del paese. Il corpo della cappella è lungo m.21,55, largo m.6,56 ed alto m. 7,41 e si conclude con un abside semicircolare con raggio di 5,55 m.  Nel presbiterio si trovano due altari in marmo, uno rivolto al popolo, semplice, l’altro in marmi policromi sovrastato dalla statua di S.Rocco. La porta grande di accesso 3 x 1,54  è seguita da una bussola con colonne in muratura e porte lignee laterali, sopra alla quale  si trova la cantoria munita di due harmonium a cui si accede per mezzo di una scala a chiocciola. A sinistra, all’inizio di via san Rocco è il campanile alto 18 metri a cui si accede dalla cantoria con due scale in legno.

 

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